Il piacere e il fascino delle piccole cose: cosa vuol dire apprezzare ciò che costruiamo giorno dopo giorno
- Ilaria Lazzari
- 4 ago
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Il primo giorno di scuola, la nostra laurea, il matrimonio, il nostro primo giorno di lavoro.
Spesso, facciamo particolare attenzione agli inizi, ai traguardi: li fotografiamo, li descriviamo agli altri, li aspettiamo, li celebriamo.
Si tratta di quei momenti che rimangono impressi nella nostra mente e sentiamo essere particolarmente significativi.
Di solito, quando ripensiamo alla nostra vita, non solo sono i primi su cui cade la nostra attenzione, ma diventano dei veri e propri punti di riferimento.
Le sensazioni che ci lasciano sono vivide, parlano spesso di un potenziale non ancora realizzato, di qualcosa che non è stato ancora pienamente vissuto, reso familiare.
Eppure, andando a rifletterci bene, la nostra vita e il tempo che trascorriamo non è fatto solo di traguardi e di inizi, altrettanto fondamentale è tutto quello che sta nel mezzo: le scelte che facciamo ogni giorno, i gesti che ripetiamo sempre, quei piccoli cambiamenti che spesso non fanno tanto rumore ma che, senza neanche accorgercene, gradualmente costruiscono qualcosa di straordinario, di davvero significativo.
La parte più sostanziosa della nostra esistenza, infatti, sembra collocarsi proprio in quello spazio intermedio, ripetitivo e silenzioso.
Come mai tendiamo a trascurare questa parte?
La letteratura scientifica, a tal proposito, sottolinea come la nostra mente tenda a costruire i ricordi non andando a sommare ogni singolo istante vissuto, ma focalizzandosi soprattutto sui momenti percepiti come particolarmente intensi, portando dunque ad una distinzione tra l’“io” che vive l’esperienza attimo dopo attimo e quell’ “io” che invece ne conserva un ricordo parziale, centrato su inizio, eventuale picco e conclusione.
La parte più ampia delle esperienze, dunque, tende a rimanere nello sfondo non in quanto insignificante per noi, ma perché eventi percepiti come cambiamenti eccezionali o esperienze emotivamente significative, attirano spontaneamente e naturalmente la nostra attenzione.
Nel corso dell’evoluzione, infatti, riconoscere ciò che risultava inatteso e nuovo spesso faceva la differenza, aumentando notevolmente le possibilità di adattamento e sopravvivenza della specie.

L'invisibile importanza della ripetizione
Quando un comportamento, un evento, un’esperienza, tendono a ripetersi in maniera abbastanza costante e a lungo termine in un contesto complessivamente stabile, spesso diventano automatici, dando vita all’abitudine.
Si tratta di un meccanismo che, pur essendo molto utile a livello di energia mentale in quanto libera, per l’appunto, risorse mentali per dedicarsi ad altro, porta, tuttavia, ad allontanare dalla consapevolezza il potere che le azioni piccole e ripetitive esercitano all’interno della nostra vita quotidiana.
Abituarci rapidamente a ciò che all’inizio ci sembra nuovo e straordinario, ci porta, di conseguenza, ad iniziare a cercare traguardi eccezionali successivi e nutrire alte aspettative a riguardo, affidando il nostro grado di soddisfazione personale solo a questi e rischiando di vivere in continua attesa di qualcosa che deve ancora arrivare, non godendo della bellezza di ciò che succede nel momento presente.
Il valore del "savoring": fermarsi ad assaporare ciò che viviamo
Mentre l’abitudine può portare al rischio di rendere spesso invisibile ciò che con costanza e importanza si ripete ogni giorno, un aspetto molto importante che può portare a ridurre notevolmente il presente rischio ci viene offerto dalla psicologia positiva con il concetto di savoring.
Nello specifico, si parla della capacità di fermarsi consapevolmente ad assaporare le esperienze che viviamo invece di lasciarle scorrere sullo sfondo.
A tal proposito, ad esempio, sembra che dedicare anche solo pochi istanti a notare, nominare e apprezzare un piccolo momento positivo ne amplifichi l'effetto sul benessere personale.
Una delle dimostrazioni concrete di questo meccanismo la si riscontra, in particolare, tra i diversi esercizi proposti durante l’esecuzione della pratica di meditazione Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) ideata dal professore Jon Kabat-Zinn: l'esercizio dell'uva passa.
Lo stesso consiste nel dedicare alcuni minuti a un solo chicco d’uva, osservandolo come se fosse la prima volta, percependone la consistenza tra le dita e il profumo, per poi assaporarlo lentamente, un morso alla volta.
Questo esercizio risulta avere spesso un importante effetto in quanto rivela come, di solito, quando mangiamo o, in generale, trascorriamo le nostre giornate, tendiamo a farlo applicando la modalità “pilota automatico”.
L’aspetto, infatti, più sfidante del presente esercizio, non è tanto l’atto di assaporare e gustare, ma il fermarsi abbastanza a lungo da poter davvero percepire quel chicco d’uva, momento dopo momento.
Forse, guardare i propri “mattoncini” nel loro insieme consiste proprio in questo: un accumulo di prove piccole e concrete, spesso silenziose, che nel tempo diventano una base solida; l’insieme di tanti gesti semplici, che si tratti di assaporare un chicco d’uva passa o una giornata qualunque, che contrasta la frequente tendenza a non porre attenzione a tutto ciò che si ripete.
Costruire la propria identità, giorno dopo giorno
La nostra identità non è fissa né immutabile, ma una storia, una narrazione che continuiamo ad arricchire e costruire nel tempo.
È fatta di eventi eccezionali, di inizi, di regali da scartare, ma anche di scelte silenziosamente prese ogni giorno, di momenti che nel tempo compongono e influiscono su ciò che siamo diventati oggi.
Spesso anche in psicoterapia il cambiamento non avviene attraverso un’unica intuizione risolutiva, ma tramite passi piccoli e ripetuti, che, seduta dopo seduta, costruiscono gradualmente una modalità di stare con noi stessi che tenga conto della bellezza di ciò che si costruisce con cura ogni giorno, imparando ad attribuirgli quel significato e quel valore che riteniamo essere in linea con la nostra idea di benessere psicofisico.



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