La fine di una relazione: lasciarsi risulta più complesso di quanto immaginiamo?
- Ilaria Lazzari
- 20 lug
- Tempo di lettura: 5 min
“La vicinanza è sottovalutata. Quando siamo vicini, condividiamo una sorta di progetto comune, inseriamo dentro ad uno spazio e ad un tempo definiti, gesti, parole, suoni e sentimenti.
Insieme, costruiamo una lingua, un paese verbale, costruiamo e plasmiamo la nostra percezione del mondo” (Ex Otago)
A volte, basta un dettaglio e subito ci sentiamo catapultati indietro nel tempo: una canzone che parte alla radio, il nome del vostro ristorante preferito, quella stradina percorsa centinaia di volte.
Oppure, semplicemente, quel riflesso incondizionato di prendere il cellulare e inviare quel messaggio come, in maniera alquanto spontanea, si faceva tutti i giorni; pensando: "Devo dirglielo...", per poi ricordarsi, un secondo dopo, che quella persona non fa più parte della nostra vita.
E spesso, è proprio in questi frangenti che comprendiamo qualcosa su cui prima, forse, non avevamo posto particolare attenzione: una relazione non finisce il giorno in cui ci si lascia, ma, poco alla volta, in tutti quei momenti in cui realizziamo di star gradualmente imparando a trascorrere le proprie giornate senza quella persona.
Diverse canzoni, come “Ridere” dei Pinguini Tattici Nucleari, ci raccontano proprio questo: l’importanza e la mancanza dei gesti quotidiani che facevano parte dell’”essere coppia”, il desiderio di trattenere qualcosa che oramai appartiene al passato, la nostalgia che si intreccia ai ricordi.
Lasciare andare qualcuno può suscitare sensazioni contrastanti e percepite come emotivamente sfidanti, in questo, un aspetto sui cui spesso mi trovo a lavorare con i miei pazienti è proprio riflettere insieme su come alla base di queste sensazioni ci sia frequentemente non solo la perdita della persona di per sé, ma di ciò che rappresentava per noi, di quella versione di noi stessi che sentiamo di aver perso.

Cosa si può nascondere dietro a una relazione che finisce?
Quando una frequentazione diventa duratura, pur mantenendo la propria individualità, inevitabilmente le vite dei rispettivi partner iniziano ad intrecciarsi, costruendo un proprio “linguaggio”. Si condividono abitudini, sogni, paure, amici, si costruisce un’identità di coppia.
Senza accorgersene, si inizia a parlare al plurale: “Abbiamo deciso di andare a vivere insieme”; “Quest’estate andremo in montagna”.
Per questo motivo, spesso, l’assenza del partner finisce per riguardare anche la necessità di ricostruire chi siamo senza quella dimensione condivisa.
Molti descrivono questa sensazione ricorrendo a parole ed espressioni molto potenti da un punto di vista emotivo: "Mi sento perso”, oppure: "Non so più chi sono."
Altra importante riflessione riguarda come, frequentemente, le separazioni portino non solo ad abbandonare una versione di noi stessi, ma anche ad adattarsi a una nuova quotidianità.
Chi ha attraversato questa esperienza, spesso racconta di quanto intensa sia la sofferenza sperimentata: per alcuni può risultare complesso dormire, mangiare, concentrarsi sul lavoro, studiare, e, talvolta, anche alzarsi dal letto.
Come mai succede questo?
Secondo la letteratura (Bowlby, 1973), l’attaccamento è quel legame che si viene a stabilire tra il bambino e la figura adulta che se ne prende cura (caregiver).
La formazione di questa relazione avviene solitamente per gradi ed è fondamentale ai fini della sopravvivenza del bambino in quanto gli assicura protezione e sicurezza.
Con il passare del tempo, queste prime esperienze relazionali significative vanno a costruire delle vere e proprie “mappe interiori” delle relazioni, chiamate modelli operativi interni, che, per l’appunto, orientano il funzionamento affettivo e relazionale della persona portando, in età adulta, ad influenzare il modo in cui vive anche le relazioni di coppia oppure la fiducia riposta nei confronti degli altri.
In questo, anche le relazioni romantiche divengono vere e proprie relazioni di attaccamento e il partner può fungere da figura di riferimento, sebbene con funzioni differenti dettate dal periodo evolutivo, così come lo era stato il caregiver durante l’infanzia.
Tornando alla domanda che ci siamo posti precedentemente, dunque, la fine di una relazione potrebbe mettere temporaneamente in discussione i nostri “modelli operativi interni”, facendoci sentire senza una rete di sicurezza, scarsamente protetti, in quanto privi di ciò che aveva rappresentato, per diverso tempo, uno dei nostri punti di riferimento, una delle nostre figure significative.
Dunque, quando viene meno una delle principali fonti di sicurezza, anche il corpo può reagire come se fosse esposto a una minaccia.
Non tutte le separazioni vengono percepite allo stesso modo: come mai?
Non tutte le rotture vengono percepite allo stesso modo o hanno lo stesso impatto da un punto di vista psicofisico: per alcune persone rappresentano un dolore intenso ma attraversabile; per altre sembrano distruggere completamente il proprio equilibrio, altre ancora reagiscono con l’indifferenza.
Queste diversità, spesso, non derivano solo dalla relazione appena conclusa o meramente dai motivi che hanno portato alla rottura, ma anche da come ogni rottura incontri la nostra storia personale e quali “corde” risulti riattivare a riguardo.
A volte, vi possono essere risonanze con alcune modalità che, fin dalla nascita, hanno contraddistinto il legame con le nostre figure significative; altre volte la persona può aver sperimentato in passato esperienze poco piacevoli, come abbandoni, rifiuti.
In questi casi, dunque, la separazione, potrebbe riattivare ferite più antiche e paure più profonde che si possono esprimere, ad esempio, sotto forma di convinzioni negative su sé stessi: "Non sono abbastanza"; "Tutti mi lasciano"; "Non merito di essere amato".
Il ruolo della psicoterapia
Dopo una separazione, può essere naturale desiderare tornare a stare bene il più presto possibile.
Così, può succedere di riempire le giornate di impegni, di uscire anche quando non si ha voglia, di controllare i social dell’ex partner, di cercare un’altra relazione.
Tuttavia, se abbiamo percepito la rottura come particolarmente intensa, è necessario del tempo soggettivo per comprendere cosa quella relazione ha rappresentato per noi, quali dinamiche andava a riattivare.
Spesso, superare una separazione non significa necessariamente cancellarne i ricordi o smettere di amare l’altra persona da un giorno all’altro, ma è un percorso a volte lento, fatto di passi avanti e momenti di ricaduta, ma è proprio in questo cammino che succede spesso di scoprire una versione più consapevole di noi stessi, che, pensandoci su, con nostalgia e tenerezza, può farci “ridere”.
Significa arrivare, un giorno, ad ascoltare quella canzone senza sentirsi mancare il fiato, tornare in quel luogo senza avvertire lo stesso nodo alla gola.
La domanda, allora, non è solo "Come faccio ad andare avanti?", ma anche "Chi voglio diventare adesso?"
Se una separazione continua a occupare ogni pensiero, se la sofferenza non varia o diventa più intensa nel tempo, se senti di aver perso contatto con te stesso, la psicoterapia può rivelarsi uno strumento fondamentale non per eliminare o aggiustare qualcosa, ma per disporre di uno spazio sicuro in cui andare ad esplorare e comprendere ciò che è successo, imparando che, anche dopo la fine di un amore, è possibile tornare a vivere relazioni autentiche, partendo, in primis, da quella con sé stessi.



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