Dolore e cambiamento: tra psicologia, crescita personale ed esperienza clinica
- Ilaria Lazzari
- 8 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 7 lug
C’è una frase che ritorna spesso, nei social, nella vita quotidiana, perfino nelle canzoni di Kelly Clarkson o Tiziano Ferro: “Se non uccide, fortifica”.
Apparsa originariamente come espressione nel libro “Il crepuscolo degli idoli” del filosofo Friedrich Nietzsche, la stessa rifletteva l'idea che i grandi individui e i guerrieri coltivino la propria nobiltà e forza di volontà attraverso il superamento di ostacoli e sofferenze.
Il concetto, inoltre, rispecchia il principio dell'ormesi, un fenomeno biologico secondo cui una piccola dose di un agente stressante (ad esempio l'esercizio fisico, il digiuno o una malattia lieve) risulti stimolare l'organismo ad adattarsi e a diventare più “resiliente”.
Complessivamente, possiamo ritenere le presenti considerazioni come una parte di verità, la quale, tuttavia, rischia di diventare fuorviante se presa totalmente alla lettera.
In questo, la psicologia contemporanea ci viene in aiuto, facendoci riflettere su come, forse, è importante considerare la presente questione da diversi punti di vista: innanzitutto, il dolore non rende automaticamente più forti, ma, come spiegano anche gli Imagine Dragons in Believer, può, in alcune condizioni, diventare parte integrante del processo di crescita ed evoluzione personale.

Le ricerche sul trauma e sull’adattamento psicologico, a tal proposito, sembrano dimostrare che non esista una relazione lineare tra sofferenza e crescita.
Alcune persone, dopo eventi difficili, riescono a ritrovare un equilibrio, altre sperimentano un disagio persistente, altre ancora possono attraversare entrambe le fasi in momenti diversi della loro vita.
La differenza, infatti, spesso non sta nel quanto si è forti, ma va ricercata nella complessa combinazione di diversi fattori, tra cui, in primis, la storia personale, il contesto familiare e sociale in cui si vive, il significato attribuito all’evento e le risorse su cui possiamo contare.
Dunque, è il modo in cui il dolore viene elaborato nel tempo a determinare il nostro stato di benessere psicofisico, non il dolore in sé.
A tal proposito, nella letteratura scientifica, Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun (1998) descrivono e approfondiscono ampiamente un fenomeno chiamato crescita post-traumatica.
Nello specifico, non si tratta dell’ideale romantico secondo cui dal dolore nasce spontaneamente qualcosa di buono, ma della possibilità che alcune persone, dopo aver attraversato un evento particolarmente impattante nella loro vita, riportino cambiamenti in aspetti come:
la percezione di sé stessi;
i legami interpersonali;
i propri valori e le priorità di vita;
il senso attribuito alla propria esistenza.
È importante, anche in questo caso, sottolineare come questa crescita non sia universale, né risulti seguire “linee guida” specifiche.
Un esempio tratto dall’esperienza in studio
Matteo (nome di fantasia), 34 anni, arriva in terapia dopo la drastica e improvvisa fine di una relazione di lunga durata. Racconta l’evento come “un crollo totale”, con perdita di riferimenti, descrivendo difficoltà a dormire, senso di vuoto e ricorrenti pensieri negativi spesso legati alla sensazione di fallimento personale vissuta.
Fin dalle prime sedute, per Matteo è stato importante non “trovare il lato positivo” della rottura, ma dare spazio all’esperienza emotiva e alle sensazioni che ne sono conseguite: rabbia, tristezza, confusione.
Inizialmente, infatti, quello che Matteo riportava spesso era la tendenza a interpretare il dolore come una prova della sua debolezza.
Con il tempo, invece, è riaffiorato un altro livello di narrazione: attraverso la ricostruzione della sua storia personale e delle dinamiche relazionali, ha iniziato a riconoscere alcuni aspetti di sé che aveva trascurato, come la tendenza a mettere i bisogni dell’altro sempre al primo posto, la difficoltà a esprimere il proprio disagio, la paura del conflitto.
L’obiettivo non è stato quello di “trasformare forzatamente la sofferenza in qualcosa di positivo”, piuttosto, il lavoro terapeutico ha portato ad integrare l’esperienza sperimentata.
La perdita, dunque, nonostante spesso continui ad essere percepita come dolorosa, in questo modo non va a definire più l’identità della persona nella sua totalità.
A distanza di mesi, Matteo non descrive la rottura come “una cosa utile”, ma come un evento complesso che, tuttavia, ha contribuito a rimettere in discussione alcuni schemi relazionali.
Questa piccola vignetta ci fa capire che spesso, quando avviene, la crescita non cancella il dolore ma lo colloca all’interno di una narrazione più ampia.
Cosa favorisce l’elaborazione del dolore
La letteratura evidenzia alcuni fattori ricorrenti nei processi di adattamento:
la possibilità di dare un nome alle emozioni;
la presenza di relazioni di supporto pratico ed emotivo;
tempo soggettivo e condizioni adeguate a elaborare l’esperienza;
la costruzione di significati personali da attribuire all’evento;
in alcuni casi, un percorso psicologico.
Frasi come “ciò che non ti uccide ti rende più forte”, sebbene spesso forniscano una forma di consolazione immediata, possono implicare, implicitamente, che chi soffre e non “cresce” non stia reagendo nel modo corretto.
Ciò su cui risulta importante riflettere è che ogni storia ha la sua soggettività e complessità individuale e ogni esperienza, a seconda del contesto e del modo in cui viene attraversata, può portare a diversi esiti: equilibrio, fatica temporanea o persistente.
La domanda quindi forse interessante da porsi non è se il dolore ci renda più forti o meno, ma:
che spazio ci stiamo concedendo per attraversarlo senza sentirci definiti completamente da questo dolore?
E soprattutto:
chi abbiamo al nostro fianco mentre lo attraversiamo?



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